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Un reportage nella piana di Gioia Tauro, il racconto della vita dei ragazzi migranti alle prese con la dura vita nelle campagne calabresi


A place like Rosarno
di Raffaella Cosentino - Mosaici (01/10/2009) , foto -

Rosarno (Rc) - Lo sguardo di David rotea senza centrare il bersaglio. Mentre mi parla le sue pupille vanno da un'altra parte. Forse fino in Ghana e ritorno. Scappano lontano come la sua anima. Non solo perché gli chiedo di ricordare il suo viaggio. Ho l'impressione che per lui sia diventato un modo per cercare di allargare la realtà. Per uscire dalla sua vita senza permesso di soggiorno nella Piana di Gioia Tauro. Mi tornano in mente le parole del film 'I Cento Passi'. Tu sei Nuddu 'mbiscatu cu nenti. Lì era una minaccia. Qui è una tenaglia che ti prende allo stomaco. Anche i discorsi di David spaziano senza un ordine apparente. "Daina. La mia mamma si chiama così". "Davvero sei stata a Londra? Io parlo l'inglese della Regina. Queen Elizabeth is our mother, eravamo una colonia inglese", mi dice, con una punta di orgoglio. Gli chiedo: "Come hai saputo di Rosarno…a place like Rosarno?" Non se lo ricorda più. Forse a Napoli. O a Bari. Da qualche parte, nella geografia dell'Italia clandestina, gli hanno detto che nella Piana c'era lavoro per lui. Guardiamo insieme dall'alto la 'Cartiera' bruciata. Seduti sul guardrail della statale che va al porto di Gioia Tauro. Io e David J. Lui ha qualche anno più di me, 31. Era soldato ed è partito. Non voleva morire. È passato dalla Libia. Da Lampedusa. Dal Cie di Foggia. Asilo politico rifiutato.

Le nostre strade si incrociano per qualche ora attorno al vecchio capannone. Sigillato dalle autorità dopo l'incendio del 20 luglio, dal 2003 aveva dato alloggio ai lavoratori stagionali della raccolta di agrumi. La cartiera è deserta. Si capisce subito. Non c'è più il muro di stoffa che costeggiava la strada. Erano i panni stesi ad asciugare sul fil di ferro della recinzione prospiciente. Siamo nel comune di San Ferdinando. Terra di nessuno, inferno, incubo? Non esiste una parola sola per raccontare il vortice di simboli che questi luoghi racchiudono. Relitto dell'industrializzazione abortita. Impianto sequestrato. Stabilimento che non ha mai aperto i battenti. L'hanno fatto e lasciato lì. Per sei anni è stato il rifugio di 600 africani. Soprattutto anglofoni. Ghanesi, sudanesi, nigeriani, maliani, ivoriani. Ragazzi del Togo, del Benin, del Burkina Faso. Per l'inverno tutta l'Africa si riparava in quel bunker. Senza luce. Con una ventina di bagni chimici Con fuochi e fornelli improvvisati. L'Africa delle Clementine. Sono gli agrumi della Piana. Con l'aspetto dei mandarini. Dolci come le arance. Frutti così belli e profumati che da queste parti l'aranceto lo chiamano 'il giardino'. In Calabria sono prodotti a indicazione geografica protetta. Ma i lavoratori che le raccolgono in nero protetti non lo sono affatto. Circa 25 euro a giornata contro i 32 di un bracciante locale. Prelevati all'alba sulla strada dai piccoli proprietari terrieri, eredi dei contadini che nel dopoguerra lottarono per le terre.

L'Osservatorio Migranti stima che siano 1500 gli immigrati irregolari che ogni inverno arrivano a Rosarno, San Ferdinando e Rizziconi. Tre chilometri in linea d'aria. Un ritaglio di sud agricolo schiacciato tra aree industriali semidismesse e il porto di Gioia Tauro, centro degli affari e degli appetiti dei clan. Qui si consuma lo sfruttamento dei nuovi schiavi. Manodopera a bassissimo costo che compra cibo e ricariche telefoniche nei negozietti e discount della zona. Polli e galline dagli ambulanti. Le autorità hanno fatto finta di non vedere. Ora David vive con altri ghanesi in un altro stabilimento abbandonato vicino all'inceneritore. Hanno tutti tra i venti e i trenta anni. E una storia simile. Il loro viaggio in Italia è iniziato a Lampedusa ed è finito a Rosarno. "Sono passato dal Niger, da Agadez. Ho fatto tre anni in carcere in Libia, uno in Spagna. Sono in Italia dal 2006. Ho trentadue anni e non ho niente, nemmeno una fidanzata". Il mio interlocutore allarga le braccia, come per mostrare il vuoto che lo circonda. "I have no hope" mi dice un altro. Ha solo 20 anni. "Cosa ricordi di quando sei partito?" "I forgot", risponde. E io penso a Primo Levi. A quando racconta dei lager e della necessità di dimenticare la vita di prima per non impazzire. Se questo è un uomo. Che vive in mezzo a discariche di rifiuti. Che si lava con una bottiglia d'acqua. Che dorme in una casa di cartone foderata di sacchi di plastica. Che deve benedire il materasso lercio perchè lo divide dal pavimento. "E' la casa del governo", mi dice Ahmed il marocchino alla Rognetta, un ex stabilimento di trasformazione del succo d'arancia nel cuore urbano di Rosarno . Così gli hanno risposto i sei africani che si sono presi la sua capanna mentre lui era a lavorare in Toscana. Un altro marocchino vive da due anni dentro una pompa di sollevamento dell'acqua. Alla 'Collina', tra gli uliveti di Rizziconi, il rifugio sono due casolari con le tegole sfondate. Tra galline, fuochi all'aperto e montagne di spazzatura. Sembra un paradosso la pena di Peppe Pugliese, dell'Osservatorio, che si affanna a dire ai ragazzi di mettere all'ombra le casse di acqua da bere che gli ha procurato. La plastica sotto il sole è tossica. Fa male alla salute.

Davanti ai ricoveri senza tetto si è seduta un'umanità calpestata. Ma non piegata. Steve, 25 anni, del Ghana: "Non c'è rispetto dei diritti umani". Era tra gli africani che a dicembre 2008 marciarono verso il municipio di Rosarno per protestare contro il ferimento di due di loro in un agguato mafioso. A casa dei Pesce, dei Bellocco, dei Piromalli e dei Molè, nel cuore della 'ndrangheta più sanguinaria, gli africani hanno alzato la testa contro i proiettili. Alla Rognetta sembra che la speranza non sia mai stata avvistata. Eppure all'ingresso mi accoglie un Corano. Lo sta leggendo Jabee, che arriva dalla Nuova Guinea. Prima mi dice che in famiglia sono scappati tutti dalla guerra e che la moglie è ancora nelle carceri di Gheddafi. "Riesci a telefonarle?" gli chiedo. A quel punto trema: "Non è vero, sono morti tutti, pure mio figlio di due anni". Solo con la fede si può. Mi ringrazia per avergli parlato. Non capita tutti i giorni. Meno male che c'è l'officina di Peppe Sergi, il biciclettaio. "Quando eravamo piccoli ci aggiustava le bici gratis, ora fa lo stesso con gli africani", dice Pugliese che mi accompagna. Al muro c'è un manifesto elettorale del Pci di trent'anni fa. Come quelli che una sera di giugno del 1980 stava attaccando per le strade di Rosarno con Peppe Valarioti. "Non mi lasciare da solo, già la mia famiglia ha paura che mi ammazzano" gli aveva detto. Era mercoledì. Il sabato seguente, all'uscita da un ristorante dopo la vittoria elettorale, il dirigente comunista Valarioti fu ucciso a colpi di lupara. Aveva trent'anni. Un delitto rimasto impunito. Io e Peppe Sergi piangiamo insieme. A place like Rosarno. E' troppo anche per noi calabresi.