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Dalle battaglie dei braccianti del dopoguerra alla rivolta dei migranti. Nel mezzo l'ascesa della 'ndrangheta


Le lotte per la terra e i caporali di oggi
di Antonello Mangano - il manifesto (09/01/2010) , foto -

Nel maggio 2009, la Direzione investigativa antimafia avviava un'inchiesta sul lavoro agricolo nella Piana di Gioia Tauro, culminata con gli arresti di tre imprenditori del luogo e due "mediatori" bulgari. Le accuse erano estorsione e riduzione in schiavitù. L'indagine, partita grazie alla denuncia di una cittadina bulgara, era un utile spaccato delle condizioni di lavoro nella Piana. «I proprietari volevano sfruttare il lavoro sotto costo di cittadini privi di permesso di soggiorno, destinandoli al lavoro agricolo con ogni clima per nove - dieci ore al giorno», scrivono i magistrati.
«Venivano picchiati in caso di rallentamento nel ritmo di raccolta degli agrumi e obbligati ad accettare un salario giornaliero molto inferiore rispetto alla normale retribuzione giornaliera». Chi protestava era ricattato («ti denunciamo alle autorità come clandestino»), oppure picchiato. Ad un lavoratore marocchino venivano negati i 500 euro della sua paga, quasi un mese di lavoro. Ad un altro, invece che i soldi per 44 giorni nei campi venivano dati pugni e calci.

Non tutti si comportano così. Ma sono tante le testimonianze che parlano di violenza diffusa, e non ci sono dubbi sui bassi salari. I produttori si giustificano: ci pagano le arance pochi centesimi al chilo. Ma non spiegano perché ci sono così tanti passaggi dal piccolo proprietario all'industria di trasformazione, oppure al supermercato. Non parlano mai di quello che uno di loro definisce il "freno a mano" dell'economia locale, ovvero il monopolio dei materiali, quello delle ditte di trasporto, in pratica tutto l'indotto del sistema. Una sorta di pizzo indiretto. «Non puoi comprare gli agrumi dove vuoi», ammette un produttore, «per ogni zona, devi prima rivolgerti a personaggi strani, i cosiddetti guardiani. Fino a poco tempo fa, arrivavano tanti compratori esterni, sono stati cacciati via a pistolettate o con attentati. In quel periodo, un chilo di clementine si vendeva a mille lire. Potevi comprarti una casa all'anno. Oggi te la devi vendere, la casa».
L'analisi più lucida è quella di Peppino Lavorato, ex sindaco di Rosarno fino al 2003, compagno di partito di Giuseppe Valarioti, martire dell'antimafia calabrese: «Gli agricoltori devono aprire gli occhi e riconoscere che il loro reddito è falcidiato e decurtato dall'imperio mafioso, che parte dalle campagne e arriva nei mercati. Negli anni '70, la 'ndrangheta ha allontanato dai nostri paesi i commercianti che pagavano il prodotto ad un prezzo remunerativo, per rimanere sola acquirente ed imporre il proprio basso prezzo». «Si è poi impadronita di tutti i passaggi intermedi, fino ad arrivare nei mercati e controllare anche il prezzo al consumo», continua Lavorato. «Questa è la filiera perversa che deruba agricoltori, lavoratori e consumatori. La filiera che bisogna combattere ed abbattere per assicurare il giusto reddito all'agricoltore, il legittimo salario al bracciante italiano o straniero, un equo prezzo al cittadino consumatore».

La storia di Rosarno è comunque complessa e paradossale, non riducibile all'«inferno» descritto da quasi tutti gli inviati. Oggi i migranti schiavizzati lavorano nelle stesse terre dove pochi decenni fa gli abitanti del luogo condussero lotte sindacali di massa per vedere riconosciuti diritti elementari. Non c'è più memoria di quelle vicende, così come del recente passato fatto di emigrazione. Quello che resta è una lugubre sequenza di atti violenti. L'omicidio del sessantaduenne Palmiro Macrì, ucciso il 7 luglio 2008 da diverse sventagliate di kalashnikov - oltre cinquanta colpi esplosi, un crepitio che rimarrà per sempre nelle orecchie dei passanti - per punire il figlio, colpevole di aver litigato per un parcheggio con un pezzo grosso delle 'ndrine. Un anno dopo, uno dei delitti più atroci. Vincenzo La Torre, 22 anni, e Francesco Amato, 15 anni, rom, residenti a Rosarno sono uccisi di fronte al cancello dell'acquedotto di Scilla con due colpi alla nuca. Qualche settimana prima, il 18 maggio, un'automobile utilizzata dalle suore di Santa Maria Ausiliatrice era stata incendiata.

Lo scorso due novembre la polizia irrompeva in un normale appartamento e trovava un arsenale da guerra, in cui spiccava un lanciarazzi controcarro modello M-80, di fabbricazione jugoslava. Una potente arma da guerra pensata per distruggere mezzi corazzati. Sempre a novembre, è ucciso il meccanico Biagio Vecchio, ancora una vendetta trasversale per punire il nipote. Si tratta solo di una selezione di episodi della "normale" cronaca locale. Tutte vicende che non hanno suscitato indignazione, moti di piazza, cortei spontanei. Gli italiani a queste cose ci sono abituati. Non sono africani.