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«Sono giovani, ignoranti e armati», 20 anni di violenze


La Cartiera di Rosarno
di Antonello Mangano - il manifesto (10/01/2010) , foto -

I primi arrivarono nel 1990, erano polacchi. Oggi non ci sono più. Due anni dopo fu la volta dei primi africani. Negli ultimi anni si sono aggiunti altri lavoratori dell'Est: ucraini, romeni, bulgari. Sono i raccoglitori delle arance nella Piana di Gioia Tauro, manodopera di un'economia agricola che senza di loro non esisterebbe. Ci sono circa 4200 ditte censite in tutta la zona. Hanno bisogno di braccia. E di silenzio.

Nel '92 comincia a popolarsi la "Cartiera", quella che i migranti chiamavano "fabbrica", in realtà un edificio diroccato che sarà la loro abitazione nei tanti inverni passati in Calabria. Li proteggerà - per quanto possa permetterlo il tetto sfondato - dagli inverni rosarnesi, e sarà definita un "lager" dagli inviati provenienti da tutto il mondo. Finanziata con fondi statali, si chiama in realtà "Modul System" ed avrebbe dovuto produrre carta per telescriventi. Tutto abbandonato, come la vicina area industriale, una sequenza di strisce d'asfalto, lampioni ed erbacce che con il tempo è diventato il più grande monumento italiano allo spreco di denaro pubblico.

Alla Cartiera sono entrati attivisti, fotografi, giornalisti e pure politici. Tutti a promettere una soluzione per quella che un ivoriano - tagliando corto - definì «una vergogna per l'umanità». Nessuno ha mai fatto nulla di risolutivo, fino a quando i commissari prefettizi (i tre consigli comunali della zona sono stati sciolti dal governo) hanno deciso, la scorsa estate, di mandare un paio di operai con carriola e mattoni forati a sgomberare l'edificio, per ragioni di "ordine pubblico". La Cartiera è stata sgomberata, la sua storia di paura e violenza sarà dimenticata.

Nel 1999, in una drammatica lettera al sindaco Lavorato, di sinistra ed antimafioso, un gruppo di lavoratori africani denunciò «aggressioni inimmaginabili di ogni tipo» e lanciò un appello - inascoltato - allo Stato italiano affinché prendesse «tutte le misure necessarie per fermare questo stato di violenza gratuita». Sono «giovani, ignoranti ed armati», scrivevano i lavoratori africani. «Siamo venuti solamente e unicamente per la raccolta degli agrumi, ma siamo vittime da quando siamo arrivati a Rosarno di una violenza senza precedenti». Ignoranti ed armati. Parole perfette per descrivere i balordi che ieri hanno sparato ad un togolese con un fucile ad aria compressa, scatenando una ribellione dagli esiti imprevedibili. Giochi consueti nel corso degli anni. «Andare per marocchini», lo chiamano. Più divertente che passeggiare sul corso nella noia dei mesi freddi. «Vanno in gruppo sugli scooter e ti colpiscono con i bastoni quando passi», raccontava un marocchino all'inviata del Guardian di Londra nel 2006. L'anno successivo, tre africani venivano gambizzati nelle campagne di Rizziconi. Nella notte di capodanno - sempre nel 2007 - Cornelia Doana, una ragazza romena, veniva uccisa a colpi di arma da fuoco per aver osato lasciare il convivente rosarnese.

Sono anni di silenzio. Gli episodi di violenza vengono raccontati sottovoce, prevale la paura. Il 14 novembre del 2008 c'è un misterioso suicidio alla Cartiera. Un ghanese di 28 anni si impicca. Rosarno è uno dei tanti paesi agricoli del Sud dove gli immigrati sono sfruttati. Ma è anche l'unico dove, fin dai primi anni '90, patiscono il clima di violenza diffusa che la mafia impone al territorio. Il 12 dicembre 2008 dicono basta.

Il ferimento di due ivoriani provoca una notte di rivolta dell'intera comunità africana. «L'obiettivo era attirare attenzione e dire 'non osate mai più'», scrisse Roberto Saviano riferendosi anche all'analogo episodio di Castelvolturno avvenuto appena qualche settimana prima, a settembre. Caso unico nella storia del paese, il colpevole di un atto delittuoso è arrestato nel giro di poche ore. Emerge l'incredibile movente estorsivo ai danni degli africani. Di fronte alla caserma c'era la fila degli immigrati pronti a testimoniare. Il capitano dei carabinieri riconosce che «la comunità africana ha dimostrato un senso dello Stato maggiore rispetto a quello degli stessi rosarnesi. Hanno saputo alzare la testa».