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Piazza Fontana e la strage di Gioia Tauro, la Rivolta di Reggio Calabria e il mancato golpe Borghese. Un groviglio di trame oscure, di legami inconfessabili e mai svelati fino in fondo. E' la strategia della tensione che pezzi di Stato hanno portato avanti alleandosi, come spesso è accaduto, alla criminalità organizzata. In Sicilia e in Calabria. Ecco perché, nel quarantennale della strage, diciamo che ricordare il 12 dicembre è ancora più importante: è un dovere dell'antimafia.


Piazza Fontana, le trame oscure che portano in Calabria
di stop'ndrangheta.it (12/12/2009)

Piazza Fontana e la strage di Gioia Tauro, la Rivolta di Reggio Calabria e il mancato golpe Borghese. Un groviglio di trame oscure, di legami inconfessabili e mai svelati fino in fondo. E' la strategia della tensione, una politica di gestione del conflitto sociale attuata da pezzi di Stato (in senso lato) contro lo Stato e la democrazia. Bombe e stragi per annullare le conquiste del movimento giovanile e operaio, per imprimere una svolta autoritaria alla timida Italia repubblicana. Una strategia che pezzi di Stato hanno portato avanti alleandosi, come spesso è accaduto, alla criminalità organizzata. In Sicilia e in Calabria. Ecco perché, nel quarantennale della strage,  diciamo che ricordare il 12 dicembre è ancora più importante: è un dovere dell'antimafia.

Solo dopo quasi 40 anni arriva un primo punto fermo giudiziario sui legami tra destra eversiva, stragi e 'ndrangheta. È il 5 luglio del 2007 e la Corte di Cassazione stabilisce che le dichiarazioni del pentito Giacomo Ubaldo Lauro sono veritiere.  È stato lui a procurare l'esplosivo che fu utilizzato nella strage di Gioia Tauro. Lauro collabora dal '92. I suoi racconti, insieme alle rivelazioni dell'altro superpentito Filippo Barreca, sono alla base della maxi-inchiesta Olimpia e hanno consentito una dettagliata ricostruzione della storia criminale calabrese e hanno fatto luce sul sistema perverso 'ndrangheta-massoneria-destra eversiva-istituzioni. E le dichiarazioni di Lauro sono state raccolte dal giudice milanese Guido Salvini, che ha indagato su Piazza Fontana negli anni 90.

Il 16 giugno del 93 Lauro fa le prime ammissioni:  Vito Silverini, che ha conosciuto in carcere nel '79, è l'autore dell'attentato che fece deragliare la Freccia del Sud il 22 luglio del 1970. Silverini è un neofascista dichiarato. Era a Reggio Calabria durante la Rivolta per il capoluogo. Aveva rapporti con il Comitato d'azione che guidava la sommossa. Si apre uno squarcio su uno dei periodi più bui della storia repubblicana.

La rivolta scoppia nel luglio del '70, dopo il comizio dell'allora sindaco Dc Piero Battaglia. Parole infuocate che incitano a battersi contro quello che è vissuto come lo scippo del capoluogo, trasferito a Catanzaro in seguito all'istituzione delle Regioni e alle prime consultazioni elettorali. L'indignazione è enorme. E la gente scende in piazza. Presto però la Rivolta svolterà a destra, capeggiata dal Msi. Dal 14 luglio si formano le barricate, si succedono gli scontri, ci sono i primi morti. Preludio a quella che sarà la più lunga protesta urbana dell'età contemporanea. La città si trasforma in un campo di battaglia, si solidifica un vero e proprio contropotere. Fino al febbraio del '71, quando l'allora presidente del consiglio Emilio Colombo annuncia un pacchetto di investimenti. Il pacchetto Colombo prevede la nascita del quinto centro siderurgico nazionale e di un polo industriale in provincia, con 3mila miliardi di dotazione finanziaria e 10mila posti di lavoro. La Rivolta si placa. I capi del Comitato d'azione per Reggio capoluogo, Renato Meduri e Ciccio Franco, finiranno in Parlamento. Nel giro di qualche anno la Dc riprenderà con forza le redini della città.

Cosa è successo a Reggio? Da subito si notarono delle strane e inquietanti presenze. Su quelle barricate si vedono uomini addestrati nei campi neofascisti, si aggirano agenti dei servizi e della massoneria. Si muovono con grande disinvoltura gli 'ndranghetisti. E a finanziare i missini ci sono Demetrio Mauro, industriale del caffè, Amedeo Matacena, che è il delfino di  Achille Lauro, e il nobilmonarchico Fefè Zerbi, che è anche e soprattutto il capo locale di Avanguardia nazionale, l'organizzazione fascista del principe nero, Valerio Junio Borghese. L'inchiesta Olimpia racconta il retroscena di quello che è stato il vero e proprio laboratorio politico della strategia della tensione, e forse della grande spartizione di quei miliardi del pacchetto Colombo.

Secondo Lauro, il Comitato d'azione ha ordinato una serie di attentati - effettivamente ci fu una serie impressionante di attentati alle cose - per far crescere la tensione. E ha ordinato anche Gioia Tauro: si dovevano far saltare i binari. Lauro dice di aver procurato l'esplosivo da cava necessario per confezionare la bomba,  l'11 novembre del 94 ammetterà di essere stato lui a consegnare la bomba a Vincenzo Caracciolo, Silverini e Giovanni Moro, in cambio di alcuni milioni del comitato. La strage non era prevista, uno spiacevole effetto collaterale. Carmine Dominici, esponente di punta della struttura illegale di Avanguardia nazionale dal '67 al '76, operativo a Reggio Calabria, conferma. Dominici era l'uomo di fiducia del marchese Felice Genoese Zerbi, anche lui era stato in cella con Silverini. I protagonisti della vicenda sono morti, tutti tranne Lauro. Dopo diversi processi, con tanto di rinvio della Cassazione, subentra la prescrizione. Ma l'Alta corte fa in tempo a validare definitivamente la vicenda.

È solo una parte, minima, della verità. Olimpia dimostra senza dubbio, al di là del dato giudiziario che si è rivelato insostenibile, che dietro la Rivolta ci fu la mano dell'eversione nera, in accordo organico con la 'ndrangheta e la massoneria. Un passo indietro: 25 ottobre '69. Borghese è a Reggio Calabria per un annunciato comizio che poi verrà annullato per motivi di ordine pubblico. Il questore Emilio Santillo è in fibrillazione, l'allarme è massimo e la città è presidiata. Ma arriva una soffiata. A Montalto, in Aspromonte, si sta per svolgere un summit di 'ndrangheta. Il 26 ottobre si riuniscono in 300 e vengono scoperti da 15 poliziotti, mandati a verificare quella voce. Scappano quasi tutti. E quelli che vengono presi se la caveranno con poco. Il processo del Summit di Montalto è il primo grande processo alla 'ndrangheta.

Si dice che a far sapere a Santillo della riunione sia stato Mico Tripodo, boss del Reggino poi ucciso durante la prima guerra di ndrangheta - lo fanno fuori a Poggioreale i sicari della Nco di Raffaele Cutolo, su commissione della cosca reggina rivale dei De Stefano (anche su questo Lauro dirà parecchie cose). Tripodo è uno della vecchia guardia, insieme a 'Ntoni Macrì di Siderno nella Locride, leader  carismatico del cosiddetto Siderno Group, la mafia dei due mondi che opera in Europa e in America. Macrì è il primo a cadere, nel '75, quando parte l'offensiva della nuova 'ndrangheta. Un'offensiva che ha origini proprio dal quel summit. Stando alle ipotesi, Tripodo voleva contrastare una tendenza.

In ballo c'erano la creazione di organismi federativi sul modello siciliano, la questione droga, i grandi appalti. Di lì a poco la 'ndrangheta diventerà una cosa nuova, con mandamenti territoriali - come sancirà molti anni dopo l'inchiesta Armonia - e forse con una cupola, la cosiddetta Santa, descritta dal primo grande pentito calabrese, Pino Scriva. In ballo c'era l'ingresso nella massoneria, e in questo consiste in definitiva la Santa. I capibastone hanno deciso di saldare i rapporti con le logge, dando vita a una sorta di massomafia. In ballo c'erano i miliardi, appunto quelli del pacchetto Colombo. Già nel '73 un'altra storica riunione di 'ndrangheta disegnerà la mappa delle tangenti del costruendo centro sulla Piana, divise cosca per cosca in tutta la provincia, dietro la regia di Mommo Piromalli, capo dei capi della Calabria criminale, di stanza a Gioia Tauro.

Quel '69, alla luce degli avvenimenti successivi, assume un significato profondo. Perché il summit si tenne in quei giorni, e non i primi di settembre come è tradizione? Una coincidenza? Quel che è accaduto nell'ottobre del '69 in Calabria è il primo atto della recita. Seguiranno la strage di Piazza Fontana, la strage di Gioia Tauro, fino al mancato golpe Borghese del dicembre del 1970. La strategia della tensione come politica di gestione del conflitto sociale e come politica di drenaggio di risorse da parte dei centri di potere più o meno occulti.

È accaduto in Calabria, e si è deciso nel '69. Forse lo avevano capito i cinque anarchici raccontati dal libro dello storico Fabio Cuzzola (Cinque anarchici del Sud - Una storia negata, Città del Sole). Erano partiti da Reggio Calabria con destinazione Roma. Era la sera del 26 settembre del 1970, e il pomeriggio successivo era in programma la manifestazione contro Nixon. Gianni Aricò, Angelo Casile, Franco Scordo, Luigi Lo Celso, Annalise Borth avevano anche un'altra missione. Recapitare un dossier all'avvocato anarchico Edoardo De Giovanni. Il gruppo era attivo in città, aveva dato vita ad un centro sociale, la Baracca. Facevano politica. Si erano battuti e continuavano a farlo per dimostrare l'innocenza di Valpreda, l'anarchico accusato della strage di Piazza Fontana. Erano stati sulle barricate durante la Rivolta e avevano visto. Tenevano aggiornata una lista di estremisti in contatto con la dittatura dei colonnelli greci. Ecco perché certi volti, a Reggio Calabria, proprio non potevano non insospettirli. E li avevano fotografati. Prima di partire avevano avvisato la Federazione anarchica: c'erano documenti compromettenti. Avevano scoperto che la strage di Gioia Tauro, come dirà Lauro, era una strage dell'eversione, portata a termine col supporto della 'ndrangheta. Avevano le prove, ma non sono mai arrivati a Roma: un sospettissimo incidente li ha fermati per sempre a Ferentino. Sospettissimo per la fretta di archiviare un'inchiesta mai nata, per la gestione del sopralluogo, per le lacune colpevoli. Bastano pochi elementi: il camion contro il quale si sono schiantati gli anarchici era di proprietà di Valerio Borghese, non si troverà nemmeno un foglio di quell'annunciato dossier.

Altri protagonisti della vicenda sono i fratelli De Stefano di Reggio Calabria. Simpatie neofasciste, si dice abbiamo sostenuto l'eversione. È accertato che i De Stefano abbiamo fiancheggiato Giovanni Ventura, uno dei principali accusati del processo per la strage di Piazza Fontana insieme a Franco Freda. Alla fine degli anni 70 Ventura riuscì a scappare durante lo svolgimento del processo, che si celebrava a Catanzaro, rifugiandosi in riva allo Stretto. Simpatie neofasciste, ma con legami democristiani. Organici e assai lucrosi.

È la storia della cosa pubblica in Calabria, che è anche la storia della 'ndrangheta. Una storia che, come quella di Piazza Fontana, non ha un finale condiviso. Il 12 dicembre resta una strage, una strage fascista ma senza colpevoli, e soprattutto senza mandanti. Così come la masso-'ndrangheta resta una pura ipotesi, per la giustizia ancora da dimostrare.