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L'orrore per la strage di Duisburg spinge la studiosa Francesca Viscone a smascherare dalle colonne di Die Zeit gli errori di percezione compiuti dai tedeschi in fatto di Calabria: "I giornalisti hanno collocato la ndrangheta in lontani paesini sull'Aspromonte. È come se avessero invitato i cittadini tedeschi ad abbassare la guardia: se la mafia è così lontana, non può essere tra noi. Duisburg: un triste risveglio. Ancora più grave far credere che la mafia sia un fenomeno arcaico fatto solo di omicidi e brutalità: se così fosse sarebbe facile riconoscerla".


Errore mortale
di Francesca Viscone - Die Zeit (15/02/2009)

Ci sono certe notti, nella storia dell'umanità, che si riempiono di orrore. Fu così quel 15 agosto di quasi due anni fa. Provai dolore e vergogna: la mia terra, la Calabria, sporcata dal sangue, qui e altrove. Anche la Germania è stata la mia casa. Ho amato questo paese. Ammiravo il sentimento di legalità della sua gente, i diritti diffusi, la chiarezza nei rapporti di lavoro.  Studiavo la sua lingua, la sua letteratura. Ci ho vissuto, senza mai sentirmi straniera. L'Europa era un riferimento culturale per noi giovani meridionali, e la Germania un esempio di democrazia dove - credevamo - non si sarebbero mai affermati i fenomeni criminali che avevano devastato la nostra regione. Nei tanti anni trascorsi all'estero c'è sempre stato un momento in cui sono stata costretta a definire la mia identità a partire da ciò che non ero, a partire da quello che avevo sempre odiato. Io non sono… Noi non siamo… Noi, le vittime, accusate di essere come i carnefici, a causa della nostra comune provenienza. L'identità negativa è una ferita che non si rimargina mai. Si è riaperta, con i fatti di Duisburg. Ma già alcuni anni prima, altri eventi l'avevano fatta sanguinare.
Vivevo ormai in Calabria e l'immagine che avevo della "mia" Germania si era come cristallizzata: un mondo quasi ideale. Quando appresi da un giornale del successo delle canzoni di ndrangheta, questa immagine andò in frantumi. La Germania che ascoltava la musica della mafia non poteva essere quella che io conoscevo. La sociologa Renate Siebert ha dimostrato che mafie e totalitarismi si basano sullo stesso disprezzo per la vita umana, hanno gli stessi valori di riferimento. Come era possibile che i tedeschi non se ne accorgessero? Ho cercato di capire e poi ho scritto un libro: «La globalizzazione delle cattive idee». Brutte canzoni, da noi disprezzate, erano diventate famose, diffondendo le "cattive idee" dell'immaginario collettivo mafioso come se fossero verità storiche o credibili analisi sociologiche. Il vero fenomeno, in realtà, non era la musica, ma la cattiva informazione, la campagna stampa in cui i giornalisti avevano fatto solo da vuota cassa di risonanza. Non parlavano l'italiano, eppure avevano intervistato boss e latitanti calabresi sull'Aspromonte. Non avevano mai letto un libro di storia, né documenti processuali, eppure descrivevano rituali di affiliazione come se fosse possibile assistervi. La descrizione dei paesi calabresi mi faceva inorridire. San Luca, il paese del grande scrittore Corrado Alvaro, a lungo vissuto a Berlino, trasformato in icona del male. Gli abitanti definiti bruti e selvaggi. Le nostre montagne descritte come covi di criminali, come ai tempi dei sequestri, dopo tutto il lavoro fatto per liberarle. Scrisse l'antropologo Vito Teti che se abbandoniamo San Luca muore tutta la Calabria. Noi, calabresi per scelta, vogliamo cambiare la nostra terra. In questo i mass media ci possono aiutare o danneggiare. All'epoca fecero molti errori, e ciò è indicativo di come la stampa sia poco attenta al suo ruolo. Stuzzicando il gusto della trasgressione, scrissero che quella musica in Italia era vietata. Falso: cd e cassette si trovano nelle bancarelle dei mercati, hanno il bollino della Siae e i produttori pagano le tasse. Ho letto che le canzoni erano state scoperte da un giornalista tedesco. Falso: in Italia se ne parla da decenni come di un fenomeno musicale marginale, di nessun valore artistico. I giornalisti scrissero che i mafiosi erano come Robin Hood: eredi dei briganti. Falso. I briganti erano ribelli sociali, ai mafiosi interessa da sempre solo il potere. La mafia sarebbe nata come avvocato del popolo.  Falso. La mafia usa i poveracci come braccio armato, per poi disfarsene, quando non servono più. La mafia sarebbe "antica" e i mafiosi si sarebbero ribellati alle occupazioni straniere. Falso. I mafiosi non sono mai stati ribelli, ma sempre sfruttatori. Esistono al massimo da due secoli. Inoltre, quegli "stranieri" (i normanni, gli antichi greci, persino i piemontesi sono stati definiti tali dai giornalisti tedeschi) hanno segnato positivamente la storia, l'arte e l'identità del Mezzogiorno. Le canzoni celebrano una mitologia mafiosa: è solo una leggenda che tre nobili cavalieri spagnoli abbiano fondato le mafie. Scrissero che quella musica era espressione della nostra cultura popolare. Falso. La subcultura mafiosa è recente e spietata. La musica popolare calabrese ha origini millenarie e non è mai crudele e sanguinaria. I giornalisti hanno identificato la mentalità mafiosa con la cultura dei ceti subalterni (quelli che si raccontavano le fiabe dei fratelli Grimm, per intenderci): così hanno occultato l'esistenza di una borghesia criminale. La mafia non appartiene a nessuna classe sociale e a nessun partito: è trasversale. La tarantella sarebbe un ballo mafioso. Falso. É un ballo di liberazione sociale e individuale, catartico, religioso, di antichissime origini. Le mafie hanno sempre voluto far parte della società. Per fare questo si sono mescolate al popolo, hanno stravolto i suoi valori, si sono impadronite delle sue feste religiose, della sua musica, del suo linguaggio. Le canzoni sono solo una giustificazione ideologica dell'omicidio mafioso: la nostra cultura popolare non giustifica l'omicidio e ha pietà dei morti, contro i quali la mafia spesso si accanisce. I giornalisti hanno collocato la ndrangheta in lontani paesini sull'Aspromonte. È come se avessero invitato i cittadini tedeschi ad abbassare la guardia: se la mafia è così lontana, non può essere tra noi. Duisburg: un triste risveglio. Ancora più grave far credere che la mafia sia un fenomeno arcaico fatto solo di omicidi e brutalità: se così fosse sarebbe facile riconoscerla. Invece i mafiosi spesso si nascondono dietro un lavoro pulito, frequentano l'alta società e la politica, investono nella finanza internazionale. Scrivere che la mafia è un fatto culturale, che riguarda altri popoli, è un errore letale: non ci si difende da un male, se ci si crede culturalmente immuni da esso.
Osservare la stampa aiuta a comprendere come si evolve una società. Quella tedesca era cambiata. Era chiaro che avvertiva la vicinanza della mafia, altrimenti nessuno avrebbe sentito il bisogno di "narcotizzarla", presentando il crimine organizzato come un fenomeno folkloristico. I mass media hanno alterato la percezione del fenomeno mafioso, sminuendone la pericolosità sociale: non un mostro da cui difendersi, ma qualcuno con cui ballare, cenare, e perché no, fare affari. La mafia non esiste senza consenso sociale, senza complicità politiche. Nessun paese in Europa può dirsi estraneo: dove sono le leggi europee contro le infiltrazioni mafiose nell'economia legale?
La stampa non è innocente. La stampa informa o disinforma, manipola, influenza. Ma può essere, a sua volta, manipolata. I mass media offrono alla mafia la disponibilità di un palcoscenico pubblico. Su questo palcoscenico ci si può anche esibire nel ballo della tarantella mafiosa, ma così si distoglie l'attenzione della gente da una dura realtà, dove la posta in gioco è il destino della democrazia.