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Difendere il seminato dai buoi. La mattina del 28 novembre 1946 Giuditta Levato accorre nei campi di Calabricata per quello e per quello ci muore, a 31 anni e incinta di sette mesi. Ammazzata a colpi di fucile dallo sgherro di un agrario che non voleva accettare l'assegnazione delle terre incolte ai contadini. A cent'anni dalla nascita di Giuditta Levato, nata il 18 agosto 1915, una riflessione a cavallo tra la Calabria di ieri e la cronaca di oggi che incrocia la resistenza antindrangheta e i "piagnistei" di Matto Renzi.


Giuditta e i piagnistei
di Francesca Chirico (05/08/2015) , foto -

REGGIO CALABRIA - Difendere il seminato dai buoi. Il 28 novembre 1946 Giuditta Levato è nei campi di Calabricata per quello. Per mettersi tra la terra assegnata ai contadini e quelli che ci vogliono far passeggiare sopra gli animali. Per sfregio, per dimostrare che, legge o non legge, comunisti o non comunisti, i padroni della terra sono sempre gli stessi, alla faccia dell'anima bella di Fausto Gullo e dei suoi decreti.  A difesa di quei semi piantati di fresco Giuditta Levato si piazza con la sua pancia di sette mesi  e i suoi 31 anni di contadina calabrese che della terra conosce solo la fatica per averla annusata, da bambina, addosso al padre e alla madre di ritorno dai campi. Per essersela sentita addosso, presto e poi ogni santo giorno mandato da Dio. Per essersi aggrappata a quella polvere e a quel sudore, faticando nei campi di altri, con l'immagine dei due figli piccoli a casa e del marito portato lontano dalla guerra. Poi, un giorno,  in paese è arrivato chi ha detto che la terra dev'essere di chi la fatica e  a Giuditta è sembrato giusto, come certe cose semplici che uno le capisce pure se non ha studiato. "E che c'è  bisogno delle scuole per capire? Se tu barone lasci la terra alle capre è perché hai la pancia piena, allora è giusto che me la prendo io, che la pancia ce l'ho vuota, e la coltivo e ci campo con tutta la mia famiglia invece di partire per Lamerica". Giusto e semplice. Sì, Giuditta Levato quella cosa la capisce, e l'abbraccia, e ci crede.

Dietro ai buoi c'è un fucile e lo sgherro che lo regge. Il colpo parte e non sembra accidentale. Non la colpisce di striscio. No. La prende nel ventre grosso. In ospedale sono in due a morire. I prima di una lista di donne e uomini e ragazzi che c'hanno provato, in quegli anni, a difendere in Calabria la "terza via". Tra servire ed emigrare, lottare, rivendicare i propri diritti, occupare gli spazi, pretendere il rispetto della legge. Di più, come Antonello in "Gente d'Aspromonte", giustizia. Lo sappiamo sulla nostra pelle: non vinsero. Troppa sproporzione nelle forze schierate, più o meno chiaramente, in campo. Dietro lo sgherro, il mezzadro, dietro il mezzadro, il barone, dietro il barone, il prefetto, la Chiesa, il ministro e il presidente che quegli straccioni del Sud li preferisce nelle miniere in Belgio, piuttosto che a piantar grane a casa loro. La valigia sostituisce la bandiera. I buoi passano sul seminato tra l'eco di brindisi nei salotti di città.

Eppure, in un paesaggio inaridito da illusioni, pacchetti vari e fatalismo, i calabresi non hanno mai smesso di piazzarsi davanti ai semi, per difendere il diritto di piantarli e vederli crescere in pace, nella propria terra o nella propria vita. Con la semplicità e l'ostinazione di Giuditta. Di fronte alle armi di altri sgherri, tutti con la stessa faccia, ai loro nuovi "padroni", e ad una filiera invisibile e oscura di accoliti che dai fucili continua a portare ai salotti. Sono caduti in tanti e in tanti ancora resistono sulla "terza via" che la contadina uccisa a Calabricata aveva scelto, su quello stesso fazzoletto di terra tra speranza e sopraffazione, diritto e violenza, bagnato negli anni da troppo sangue di calabresi semplici, ostinati ed onesti. Ignorati da vivi, dimenticati da morti.

E' vero, oggi dietro quella linea il seminato sembra essersi ridotto sempre di più, mentre attorno il deserto, di uomini, fiducia ed impegno, cresce a vista d'occhio. Divora i paesi e le coscienze. Nelle case si insegna ai bambini che non è terra buona, questa, è che c'è solo da lasciarla ai buoi e partire.  Piagnistei, li ha chiamati Matteo Renzi dal Giappone. Simile a certi generali dagli stivali puliti che sferzano i fanti dimenticati sulla linea fangosa del fronte. Infastiditi dalla continua richiesta di rinforzi, indifferenti alla fatica, ai caduti, ai piccoli quotidiani atti di resistenza. Non sa di Giuditta, non sa di Rocco Gatto e di Gioiosa jonica del '77, non sa di Giuseppe Valarioti che aveva un anno in meno di Giuditta quando lo spararono, non sa dello sciopero a rovescio di Badolato, dei commercianti di Cittanova che hanno denunciato il pizzo, non sa di Cecè Grasso e delle sue mani sporche di grasso, non conosce Rocco Mangiardi e Gaetano Saffioti, che piagnucolare non sanno cosa significhi, non sa dell'urlo contro i boss dei ragazzi ai funerali di Ciccio Vinci, non sa del carattere spigoloso dell'ingegnere Demetrio Quattrone che voleva le cose fatte bene. Si informi, poi venga sulla linea, tra seminato e buoi, a rendere omaggio ai calabresi che ci restano e che ci sono morti sopra. Il 18 agosto saranno cent'anni dalla nascita di Giuditta Levato. Qualcuno glielo segnali.