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L'11 giugno 1980 il trentenne Giuseppe Valarioti veniva ucciso da due colpi di lupara, a Nicotera. L'11 giugno 2013 la città del Vibonese si appresta a ricordare il giovane dirigente comunista di Rosarno, ammazzato dalle cosche della 'ndrangheta, con un Consiglio straordinario aperto e un momento di riflessione animato dalle associazioni cittadine aderenti. Tra interventi, testimonianze, musica e video, sarà ufficializzata anche la decisione di intitolare a Valarioti una via di Nicotera.


A Nicotera il "Memorial Valarioti" ed una via intitolata a Peppe
di Romina Arena (10/06/2013) , foto -

REGGIO CALABRIA - Gli occhiali dalla grande montatura quadrata sono la prima cosa che risalta nelle sue foto. Si cerca sempre un tratto distintivo, una traccia emblematica che quasi quasi diventa un simbolo. La faccia di Giuseppe Valarioti, con i suoi occhiali, è esattamente questo: un simbolo. Si cercano sempre modelli di riferimento scrutando altri orizzonti, immaginari lontani sui quali si stagliano figure pure importanti, uomini e donne che hanno sacrificato sé stessi per mantenere fede e coerenza ad un ideale. Ma non sempre è così necessario sforzare lo sguardo così oltre. A volte è sufficiente guardarsi vicino, avere consapevolezza della propria storia e fare tesoro della propria memoria, degli uomini e delle donne che appartengono indissolubilmente al nostro immaginario. E ricordarle.

Coltivare la memoria e mantenere attuale il messaggio umano e politico di Giuseppe Valarioti è esattamente il cuore che anima il "Memorial Valarioti" promosso a Nicotera, nel Vibonese. Un'iniziativa importante e significativa perché si svolge proprio nella città in cui Peppe è stato ammazzato, l'11 giugno 1980, esattamente 33 anni fa.  Nel giorno in cui si celebra l'anniversario della sua morte, nella sala consiliare del Comune è stato programmato un Consiglio straordinario aperto alla cittadinanza nel corso del quale sarà deliberata l'intitolazione di una via a Valarioti. Dopo il momento istituzionale le associazioni cittadine cureranno un momento per ricordare, attraverso interventi e testimonianze, ma anche musica e video, il giovane dirigente comunista che ha fatto della lotta alla 'ndrangheta nella sua Rosarno uno dei capisaldi della propria attività politica e sociale.

Alla fine degli anni Settanta, in effetti, nella città della Piana, Valarioti, che è docente precario di materie letterarie e segretario cittadino del Pci, fa cose che nessuno si sognerebbe, che la paura non porterebbe nemmeno a pensare: cercare voti per il partito nei quartieri blindati dalle cosche, tenere comizi durante i funerali della madre del boss Pesce, predicare il riscatto dei contadini contro l'oppressione mafiosa. Il suo impegno politico dimostra che silenzio è sinonimo di schiavitù e che la libertà, per essere veramente tale, deve fare molto rumore, insinuarsi nel cuore più inaccessibile del regime criminale e piantarvi semi di speranza, di lotta e di riscatto.

Forte della convinzione che la collusione tra il potere mafioso e quello politico sia il fulcro da scardinare per riscattare la sua terra dall'oppressione criminale denuncia le connivenze, i soprusi, la corruzione, lo sfruttamento criminale delle coltivazioni. Peppe è uno che gioca a volto scoperto, che non teme la violenza delle 'ndrine, nemmeno quando queste, durante la campagna elettorale per le elezioni amministrative del 1980, alzano il tiro e incendiano l'auto di Peppino Lavorato, altro storico esponente comunista rosarnese, appiccano il fuoco alla sede del partito o scollano i manifesti elettorali per riattaccarli al contrario. Alla loro spavalderia ed alla loro violenza risponde pubblicamente e senza mezzi termini: "Se qualcuno pensa di intimidirci si sbaglia di grosso, i comunisti non si piegheranno mai". E Peppe non si piegherà mai volontariamente. Quando succede, A Nicotera, la notte dell'11 giugno 1980 mentre con i compagni esce da un ristorante dopo aver festeggiato la grande vittoria elettorale, è soltanto per via di due colpi di lupara che gli arrivano alla schiena, a bruciapelo.

Di Peppe Valarioti, morto a trent'anni, possiamo dirlo, per un ideale, deve rimanerci l'esempio e farlo nostro non come atto di eroismo, ma come pratica quotidiana di liberazione.