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Dodò Gabriele, Celestino Fava, Fazio Cirolla, Pino Rechichi, Ciccio Vinci e, da ultimo, Filippo Ceravolo (nella foto). Sono alcuni dei calabresi colpevoli di mala sorte. Morti perché "nel posto sbagliato al momento sbagliato". Nella Calabria del senso capovolto e del pigro fatalismo, sono le vittime ad aver sbagliato, a voler giocare a calcio, a voler vedere la fidanzata, a voler comprare un'auto, ad andare a lavoro, ad accompagnare un amico in campagna. I carnefici, invece, sono legittimati ad esserci, dietro i cespugli, con i fucili puntati, un rischio ambientale introiettato e diventato destino.


Se la vittima è colpevole di esistere
di Francesca Chirico (01/11/2012) , foto -

REGGIO CALABRIA - Giovanni Gabriele di avere portato Dodò a giocare a calcetto continua a sentirsi colpevole. Ma Dodò aveva undici anni e la scuola era finita: come convincerlo a non tirare quattro calci ad un pallone? I genitori di Celestino Fava, invece, ripassano da dodici anni le poche battute che hanno segnato la loro vita: l'amico del figlio che bussa alla porta in cerca di compagnia per andare in campagna, e Celestino che grida, dal letto in cui si è appena svegliato, che lo accompagnerà lui. Se solo avesse continuato a dormire, si macera la madre strofinando la foto nella medaglietta d'oro al collo. E invece Dodò Gabriele, il pomeriggio del 25 agosto 2009 a Crotone, è andato a giocare a calcetto, beccandosi in testa il proiettile vagante di un agguato di 'ndrangheta. E Celestino Fava, la mattina del 29 novembre 1996 a Palizzi, si è alzato dal letto, finendo ucciso perché testimone dell'omicidio dell'amico.  Danni collaterali. Come Fazio Cirolla, ammazzato il 27 luglio 2009 a Cassano davanti al figlio di 7 anni, perché scambiato per il vero obiettivo dei killer. Come il professore del Magistrale di Polistena, Pino Rechichi, raggiunto da una pallottola mortale destinata ad un'altra persona la mattina del 4 marzo 1987, mentre andava a scuola.

In un fatalismo che equipara la lupara a un vaso caduto in testa dal balcone, sono le vittime del "posto sbagliato al momento sbagliato". Calabresi colpevoli di mala sorte. Che quando tocca a te c'è poco da fare, e se nasci in Calabria lo devi mettere in conto che il tuo destino lo possa decidere la 'ndrangheta. La sera del 25 ottobre 2012, a Soriano Calabro, Filippo Ceravolo aveva messo in conto solo di doversi alzare presto la mattina dopo, per occupare il suo posto di ambulante al mercato a Vibo Valentia. Ma ha 19 anni e vuole vedere la fidanzata. Come tenerlo a casa? Sale sull'auto di un conoscente. Sulla via del ritorno, al primo colpo di fucile sparato contro il finestrino, non ha certo pensato di aver chiesto un passaggio alla persona sbagliata, non ha pensato di essere stato scambiato per un altro. Se c'è stato il tempo per un pensiero forse è stato di paura, prima dei quattro proiettili in testa e dell'inutile viaggio in ospedale dove, di lì a qualche ora, sarebbe diventato l'ultimo innocente "colpevole" di sfortuna. Colpevole di aver sbagliato a trovarsi sulla traiettoria dei killer. Che invece, se stavano lì, una ragione c'era, chessenò non sparavano.  

Nella Calabria del senso capovolto e del pigro fatalismo, sono le vittime ad aver sbagliato, ad esserci, a vivere, a voler giocare a calcio, a voler vedere la fidanzata, a voler comprare un'auto, ad andare a lavoro, ad accompagnare un amico in campagna. I carnefici, invece, quelli sono legittimati ad esserci, dietro i cespugli, con i fucili puntati, un rischio ambientale introiettato e diventato destino. E, come il destino, immutabile. Non la pensarono così gli studenti di Cittanova che il 10 dicembre 1976, quando ammazzarono per errore il diciottenne Ciccio Vinci, non alzarono le spalle ma sfilarono sotto il balcone di casa del boss urlando la propria rabbia. E, fortunatamente, non la pensano così gli studenti di Soriano Calabro che, facendo una scelta importante, hanno ricordato Filippo con un corteo spontaneo per dire che no, non è normale morire a 19 anni sparato per errore. Che la 'ndrangheta non è un vaso caduto in testa dal balcone. Che la 'ndrangheta non è il destino. E che a sbagliare ad esserci, in Calabria, sono quelli acquattati, come animali, tra i cespugli.