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E' finita dietro le sbarre del carcere di Monza la latitanza di Giuseppe Cacciola (nella foto), arrestato all'uscita di un grosso centro commerciale di Paderno Dugnano (MI). Nei suoi confronti pendeva un'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip del Tribunale di Palmi, con la quale, insieme ai suoi genitori già in carcere, è accusato di violenze e minacce nei confronti della sorella Maria Concetta Cacciola, testimone di giustizia, suicida con l'acido.


Catturato nel Milanese il fratello di "Cetta" Cacciola
di comunicato stampa (25/04/2012) , foto -

E' finita dietro le sbarre del carcere di Monza la latitanza di Giuseppe Cacciola nato a Cinquefrondi il 12 marzo 1981 e residente a Rosarno.  Ieri pomeriggio, all'uscita di un grosso centro commerciale di Paderno Dugnano (MI), i carabinieri di Desio e di Paderno Dugnano lo hanno riconosciuto e arrestato. Nei suoi confronti pendeva un'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dall'Ufficio del GIP del Tribunale di Palmi, dottor Flavio Accurso, con la quale, insieme ai suoi genitori già in carcere,  è accusato di un brutale crimine nei confronti della sorella Maria Concetta. Trentuno anni, testimone di giustizia, era figlia del cognato del boss Gregorio Bellocco e moglie di Salvatore Figliuzzi. La "colpa" di Maria Concetta era quella di aver svelato alla Dda di Reggio Calabria gli affari criminali della propria famiglia. Con le sue dichiarazioni i carabinieri, oltre ad aver arrestato undici presunti affiliati ala cosca Pesce, erano riusciti a scoprire due bunker utilizzati dai latitanti. Inevitabile la rottura con la famiglia, ma la donna era tornata a Rosarno per poter rivedere i propri figli, rimasti a casa dei nonni in attesa del perfezionamento delle pratiche per il loro trasferimento nella sede protetta. Una debolezza quella di Maria Concetta che ha pagato con la vita. Dopo aver  lasciato un file audio in cui sosteneva di aver inventato tutto e di essere disposta a dire ogni cosa perché voleva andarsene da casa, aveva ingerito dell'acido muriatico che le causava la morte. Le indagini dei carabinieri della compagnia di Gioia Tauro (RC) hanno svelato come fu proprio la sua famiglia ad aver esercitato violenze, minacce e forti pressioni psicologiche, compresa la prospettiva di non farle vedere più i figli, per indurla ad interrompere la collaborazione che aveva avviato nel maggio del 2011 e che di fatto ne avevano determinato l'estrema conseguenza