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Placido Rizzotto, Lollò Cartisano e una certezza: se riuscissimo a costruire in questo Paese una memoria condivisa, daremmo non solo la dignità alle vittime ma anche e soprattutto troveremmo la strada per il cambiamento. Un cammino affrontato dal Sudafrica post apartheid con la Commissione per la Verità e la Riconciliazione presieduta dal premio Nobel Desmond Tutu, per il quale "solo assumendoci la responsabilità del nostro passato potremo impegnarci responsabilmente per il nostro futuro"


Cartisano, Rizzotto e il cammino verso una memoria condivisa
di Paola Suraci (11/03/2012) , foto -

REGGIO CALABRIA - La memoria, di questo Sud martoriato dalla 'ndrangheta, dalle mafie, non si sfibra. Resiste al tempo e diventa storia. Lo abbiamo visto con Lollò Cartisano, il fotografo sequestrato dalla 'ndrangheta per non essersi piegato a pagare la mazzetta, nel luglio del 1993, i cui resti furono trovati dieci anni dopo nel luglio del 2003 in Aspromonte. Lo vediamo oggi con il ritrovamento dei resti di Placido Rizzotto, 64 anni dopo la sua eliminazione sancita da Luciano Liggio, il boss di Corleone, e da Cosa Nostra.
Ossa su cui piangere, ma non solo. Memoria di una terra che non vuole cedere alla violenza, al male e che vuole riappropriarsi dei fatti, per conoscere il proprio passato, riappropriarsene e condividerlo. Solo così la mafia avrà perso, perchè la memoria è più forte della sopraffazione.
Certo nella lotta alla 'ndrangheta, alle mafie, ancora c'è molta strada da fare e non possiamo solo pensare di fermarci a ricordare. Occorre andare avanti, colpire i clan e i loro affari, fare giustizia, insomma. Ma se riuscissimo a costruire in questo Paese una memoria condivisa, daremmo non solo la dignità alle vittime ma anche e soprattutto troveremmo la strada per il cambiamento. Sanciremmo la sconfitta delle mafie.
Primo Levi racconta, nel suo libro "Se questo è un uomo", di un sogno che periodicamente lo tormentava ad Auschwitz. Nel sogno egli torna a casa e cerca di raccontare a familiari e amici le sofferenze patite e ciò che ha visto ma si accorge, con angoscia, che nessuno lo ascolta: mentre parla gli altri chiacchierano tra loro come se lui non ci fosse. Un sogno ricorrente per tutti gli internati del campo, ricorda Levi, e si chiede: "Perché il dolore di tutti i giorni si traduce, nei nostri sogni, così costantemente nella scena sempre ripetuta della narrazione fatta e non ascoltata?".

Ecco, sta proprio qui il nocciolo della questione: ascoltare le vittime e restituirgli dignità, attraverso il loro racconto, la loro testimonianza. Ed allora in questa terra di 'ndrangheta cosa accadrebbe se esportassimo quanto fatto in Sud Africa? Lì si combatteva un'altra guerra, quella dell'apartheid. Gli orrori e le violenze, la sopraffazione dell'uomo sull'uomo però sono uguali.
Dopo la liberazione di Mandela nel 1990, dopo ventisette anni di carcere, dopo le elezioni libere a suffragio universale nel 1994 (per la prima volta i neri potevano votare), dopo l'elezione di Mandela a presidente del nuovo Sud Africa, occorreva ricostruire il paese. Dagli accordi politici nacque la Truth and Reconciliation Commission, la Commissione per la Verità e la Riconciliazione. Presieduta da Desmond Tutu, la Commissione era composta da diciassette membri scelti pubblicamente in rappresentanza delle diverse etnie ed era divisa in tre sottocommissioni: il Comitato per le violazioni dei diritti umani, il Comitato per l'amnistia e il Comitato per il risarcimento e la riabilitazione. La Commissione iniziò le prime udienze il 26 giugno 1996. Lo stesso Desmond Tutu ne aveva definito natura e scopi: "La Commissione è stata istituita come meccanismo per gestire le ingiustizie del passato, perché altrimenti quelle stesse ingiustizie avrebbero continuato ad affliggere il nuovo governo e a minacciare le fragili strutture della nuova democrazia del Sud Africa. […] Abbiamo bisogno di conoscere il nostro passato anche per impedire che simili violazioni si ripetano. Dobbiamo conoscerlo se vogliamo costruire una cultura del rispetto per i diritti umani. Solo assumendoci la responsabilità del nostro passato potremo impegnarci responsabilmente per il nostro futuro". Oltre alle vittime, la Commissione ha ascoltato gli aguzzini e i torturatori, i famigerati perpetrator. A costoro, già condannati in sede penale, la Commissione offriva la possibilità di chiedere l'amnistia in cambio della pubblica ammissione, dettagliata e debitamente verificata, dei crimini commessi. Condizione preliminare per la domanda di amnistia era che le azioni del richiedente fossero motivabili politicamente nel contesto del conflitto sud africano. Tra la Commissione e il richiedente l'amnistia una sorta di patto: la libertà in cambio della verità.
"Chi fa richiesta d'amnistia - ha spiegato Desmond Tutu - deve ammettere la propria responsabilità riguardo ai fatti che l'hanno spinto a richiederla: questo supera il problema dell'immunità. Inoltre chi richiede l'amnistia deve affrontare un'udienza pubblica, tranne casi assolutamente eccezionali: ciò significa che deve fare le proprie ammissioni di fronte a tutti. C'è, quindi, un prezzo da pagare: la pubblica confessione si traduceva in pubblica vergogna ed umiliazione e comportava, a volte, la fine di rapporti, di legami, di matrimoni. […] Noi ci riferiamo ad una giustizia che abbia a che fare con il ristabilimento di un'equità, con la ricomposizione di un'armonia e con l'importanza di una riconciliazione. Ci riferiamo ad una giustizia che sia focalizzata sull'esperienza della vittima e sulla conseguente necessità di un suo risarcimento, una giustizia che noi chiamiamo ristorativa".

Durante i suoi due anni di lavoro, dal 1996 al 1998, la Commissione ha raccolto oltre ventiduemila testimonianze in udienze quotidianamente trasmesse per radio e televisione che hanno permesso al Paese di conoscere il proprio passato per poterne ricavarne una memoria condivise. Testimonianze pubbliche sotto forma di racconto orale delle ex vittime e degli ex aguzzini che hanno dato luogo a momenti di giustizia collettivamente partecipata. Ecco il cambiamento: una giustizia che parta dall'esperienza della vittima. Ciò sarebbe possibile in terra di mafia? Certo già ci sono i processi nelle aule dei tribunali ma è un cambio di visione che qui ci interessa sottolineare. Un racconto condiviso delle vittime per trovare una riconciliazione e ridare fiducia a questo territorio.