È un grumo di sensazioni quello che ti lascia dentro una
giornata come questa. Doveva essere un giorno di festa, e invece a brindare nei
bar di Reggio ci sono andati imputati e familiari. Doveva essere una sentenza epocale
quella del processo Crimine, e così è stato solo in parte. "Siamo già nella
storia" diceva nella sua requisitoria il pm Nicola Gratteri al gup Giuseppe
Minutoli. Evidentemente la toga reggina nella storia fatica a starci, sente il
disagio della pressione ambientale, preferisce lidi tranquilli e una pilatesca
sentenza con cui fa salvo il principio dell'unitarietà della 'ndrangheta, ma
manda assolti più di trenta imputati e condanna gli altri 90 circa - certo non
pochi e nemmeno di secondo livello - a pene inferiori di meno della metà
rispetto alle richieste della pubblica accusa.
Non si tratta di fare i conti della serva, di lamentarsi o
esultare per l'entità delle pene. Se è vero come è vero che gli ergastoli fanno
malissimo agli 'ndranghetisti, ma non impediscono alle cosche di continuare a
fare affari, è vero anche che una sentenza morbida può essere molto più
insidiosa se si basa sul principio dell'esistenza di una struttura gerarchica e
piramidale che governa cose e uomini di 'ndrangheta. E allora che gli imputati
scarcerati si godano la libertà, come è giusto che sia, e che quelli in carcere
vivano l'illusione della quasi impunità. In un futuro prossimo l'esistenza di
una cupola calabrese tornerà utile alle indagini, e il principio si farà
sentire anche nelle aule di giustizia: non tutti i giudici sono pavidi. Lo
hanno sottolineato i vertici della procura reggina, da Giuseppe Pignatone agli
Aggiunti Michele Prestipino e Nicola Gratteri: il lavoro della Dda è stato
confermato, le condanne non possono che essere maturate riconoscendo l'esistenza
della Provincia e dell'unitarietà delle cosche.
Durante la lettura del dispositivo, tra un urletto di gioia
e un applauso represso dalle guardie, i volti dei magistrati erano però tesi e
scuri più che mai. Una sentenza del genere non fa bene a nessuno. Serviva
chiarezza, e non c'è stata. Perché, in attesa delle motivazioni, appare un'acrobazia
incomprensibile l'aver accolto l'impianto accusatorio poggiato sull'associazione
mafiosa e sull'appartenenza al "Crimine" e l'aver disconosciuto l'aggravante
della transnazionalità. La 'ndrangheta ha la sua cabina di regia nella
provincia di Reggio Calabria, si estende nel Nord Italia, In Europa, Canada,
Stati Uniti, Australia e chi più ne ha più ne metta, ma non è un'organizzazione
transnazionale. Mah. Una sentenza alla reggitana, ha commentato qualcuno...
Come dargli torto.
Il principio è passato, ma quanta fatica. E soprattutto a
quale prezzo: i corvi del foro e quelli della stampa gracchieranno a lungo,
cercando di dare la spallata decisiva al processo, e lo faranno trovando sponde
e appigli che sarebbe stato meglio non concedere. E ancora: la dimensione
simbolica è fondamentale e noi con questa sentenza stiamo dicendo ai giovani
che paga di più affiliarsi alla 'ndrangheta che lanciare qualche sasso
velleitario in piazza contro la crisi e la precarietà. I tantissimi ragazzi che
hanno aderito con entusiasmo alla campagna UNAeNDRINA, in città e in giro per l'Italia,
testimoniano che qualcosa di nuovo cresce e si moltiplica. Oggi, è indubbio, la
gente è perplessa e c'è il rischio che si ricada nella cronica rassegnazione. Chi
si prende la responsabilità di tutto ciò?
Che indietro non si torna lo avevamo già detto e lo
ribadiamo adesso: il dato giudiziario ci interessa relativamente. Le immagini
del summit di Polsi e quelle nel circolo Falcone e Borsellino di Paderno
Dugnano non hanno bisogno di commenti. La 'ndrangheta è una e una sola. Punto.
Dunque il principio è quello che conta. Ci sentiamo però di esercitare fino in
fondo il sacrosanto diritto-dovere costituzionalmente garantito alla critica
dei magistrati e del loro operato. Perché che ci fossero delle note stonate era
già chiaro nel momento in cui il gup Minutoli ha rigettato, con una motivazione
fallace e palesemente infondata ("...la natura camerale dell'udienza col rito
abbreviato..." sic), la richiesta di organizzare una diretta video dall'aula
bunker. La verità, ci ha confessato nel chiedergli una spiegazione, è che il
gup Minutoli è allergico alle telecamere. Non si può invocare una nuova
mentalità antindrangheta nella gente e poi restare ancorati a vecchie logiche:
o i tribunali si aprono alla città o la città si farà sempre i fatti suoi. In
fondo, forse è stato meglio così: ci metteremo meno tempo a dimenticare le
stecche, e la memoria si soffermerà sul suono del principio finalmente
affermato. Però, giudice Minutoli, com'è triste la prudenza!