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Riflessioni su luci e ombre della sentenza Crimine: troppe assoluzioni e sconti di pena, ma il principio dell'unitarietà della 'ndrangheta ha retto.


Sentenza Crimine, com'è triste la prudenza!
di Alessio Magro (08/03/2012)

È un grumo di sensazioni quello che ti lascia dentro una giornata come questa. Doveva essere un giorno di festa, e invece a brindare nei bar di Reggio ci sono andati imputati e familiari. Doveva essere una sentenza epocale quella del processo Crimine, e così è stato solo in parte. "Siamo già nella storia" diceva nella sua requisitoria il pm Nicola Gratteri al gup Giuseppe Minutoli. Evidentemente la toga reggina nella storia fatica a starci, sente il disagio della pressione ambientale, preferisce lidi tranquilli e una pilatesca sentenza con cui fa salvo il principio dell'unitarietà della 'ndrangheta, ma manda assolti più di trenta imputati e condanna gli altri 90 circa - certo non pochi e nemmeno di secondo livello - a pene inferiori di meno della metà rispetto alle richieste della pubblica accusa.

Non si tratta di fare i conti della serva, di lamentarsi o esultare per l'entità delle pene. Se è vero come è vero che gli ergastoli fanno malissimo agli 'ndranghetisti, ma non impediscono alle cosche di continuare a fare affari, è vero anche che una sentenza morbida può essere molto più insidiosa se si basa sul principio dell'esistenza di una struttura gerarchica e piramidale che governa cose e uomini di 'ndrangheta. E allora che gli imputati scarcerati si godano la libertà, come è giusto che sia, e che quelli in carcere vivano l'illusione della quasi impunità. In un futuro prossimo l'esistenza di una cupola calabrese tornerà utile alle indagini, e il principio si farà sentire anche nelle aule di giustizia: non tutti i giudici sono pavidi. Lo hanno sottolineato i vertici della procura reggina, da Giuseppe Pignatone agli Aggiunti Michele Prestipino e Nicola Gratteri: il lavoro della Dda è stato confermato, le condanne non possono che essere maturate riconoscendo l'esistenza della Provincia e dell'unitarietà delle cosche.

Durante la lettura del dispositivo, tra un urletto di gioia e un applauso represso dalle guardie, i volti dei magistrati erano però tesi e scuri più che mai. Una sentenza del genere non fa bene a nessuno. Serviva chiarezza, e non c'è stata. Perché, in attesa delle motivazioni, appare un'acrobazia incomprensibile l'aver accolto l'impianto accusatorio poggiato sull'associazione mafiosa e sull'appartenenza al "Crimine" e l'aver disconosciuto l'aggravante della transnazionalità. La 'ndrangheta ha la sua cabina di regia nella provincia di Reggio Calabria, si estende nel Nord Italia, In Europa, Canada, Stati Uniti, Australia e chi più ne ha più ne metta, ma non è un'organizzazione transnazionale. Mah. Una sentenza alla reggitana, ha commentato qualcuno... Come dargli torto.

Il principio è passato, ma quanta fatica. E soprattutto a quale prezzo: i corvi del foro e quelli della stampa gracchieranno a lungo, cercando di dare la spallata decisiva al processo, e lo faranno trovando sponde e appigli che sarebbe stato meglio non concedere. E ancora: la dimensione simbolica è fondamentale e noi con questa sentenza stiamo dicendo ai giovani che paga di più affiliarsi alla 'ndrangheta che lanciare qualche sasso velleitario in piazza contro la crisi e la precarietà. I tantissimi ragazzi che hanno aderito con entusiasmo alla campagna UNAeNDRINA, in città e in giro per l'Italia, testimoniano che qualcosa di nuovo cresce e si moltiplica. Oggi, è indubbio, la gente è perplessa e c'è il rischio che si ricada nella cronica rassegnazione. Chi si prende la responsabilità di tutto ciò?

Che indietro non si torna lo avevamo già detto e lo ribadiamo adesso: il dato giudiziario ci interessa relativamente. Le immagini del summit di Polsi e quelle nel circolo Falcone e Borsellino di Paderno Dugnano non hanno bisogno di commenti. La 'ndrangheta è una e una sola. Punto. Dunque il principio è quello che conta. Ci sentiamo però di esercitare fino in fondo il sacrosanto diritto-dovere costituzionalmente garantito alla critica dei magistrati e del loro operato. Perché che ci fossero delle note stonate era già chiaro nel momento in cui il gup Minutoli ha rigettato, con una motivazione fallace e palesemente infondata ("...la natura camerale dell'udienza col rito abbreviato..." sic), la richiesta di organizzare una diretta video dall'aula bunker. La verità, ci ha confessato nel chiedergli una spiegazione, è che il gup Minutoli è allergico alle telecamere. Non si può invocare una nuova mentalità antindrangheta nella gente e poi restare ancorati a vecchie logiche: o i tribunali si aprono alla città o la città si farà sempre i fatti suoi. In fondo, forse è stato meglio così: ci metteremo meno tempo a dimenticare le stecche, e la memoria si soffermerà sul suono del principio finalmente affermato. Però, giudice Minutoli, com'è triste la prudenza!