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"La ricorderò sempre così: su ciocche di capelli candidi, il fazzoletto nero che non aveva più voluto togliere da quel soleggiato mattino di tarda primavera di 32 anni fa in cui ci eravamo conosciute; le mani intrecciate in grembo, inquiete, per pensieri troppo difficili da sostenere, per parole troppo inadeguate ad esprimere un dolore così grande. Lo sguardo mite ma irrimediabilmente ferito, mi seguiva con affetto ma anche con un rimpianto che niente avrebbe più cancellato". Caterina Cimato, madre di Peppe Valarioti, rivive nel commovente ricordo di Carmela Ferro.


Lo sguardo mite e ferito di mamma Caterina
di Carmela Ferro (14/02/2012) , foto -

La ricorderò sempre così: su ciocche di capelli candidi, il fazzoletto nero che non aveva più voluto togliere da quel soleggiato mattino di tarda primavera di 32 anni fa in cui ci eravamo conosciute; le mani intrecciate in grembo, inquiete, per pensieri troppo difficili da sostenere, per parole troppo inadeguate ad esprimere un dolore così grande. Lo sguardo mite ma irrimediabilmente ferito, mi seguiva con affetto ma anche con un rimpianto che niente avrebbe più cancellato. Il viso le si illuminava di un sorriso solo quando parlava di loro, dei tanti nipoti e pronipoti che spesso irrompevano nella stanzetta immersa nella quiete e nella penombra. Facevano di tutto per non lasciarla sola a combattere con i ricordi e la tristezza. E allora ritornava alla vita: si parlava di fidanzamenti e matrimoni, dei bambini e delle case, di scuole e di progetti ma anche di malattie e di lavoro. Ragazzi puliti e onesti, con gli occhi buoni e sorridenti, sempre tutti uniti a volersi bene, a sostenersi, ad aiutarsi gli uni con gli altri.
Lei era orgogliosa di questa grande famiglia che la circondava e le dava calore, che con mille piccole attenzioni sapeva dirle grazie per l'esempio di umiltà e coraggio che ogni giorno aveva donato a ognuno di loro.
Mi vengono in mente ripensando a lei i versi della poetessa nera L. Hughes:  "figliolo, la mia vita non è stata una scala di cristallo/ ci furono chiodi/ e schegge/ e tavole sconnesse/…raggiungendo un pianerottolo/ svoltavo un angolo/ e certe volte entravo ne buio/ dove non c'era luce…"
Anche per lei i sacrifici  erano stati tanti, sin da quando era giovane. Per fare andare avanti i suoi figli, per fare studiare Peppe, per tutti quei bambini che intanto nascevano e crescevano e che sempre avevano potuto contare su di lei. Sacrifici di cui non si lamentava, sempre accettati con naturalezza, come se fossero nell'ordine delle cose, come se non pesassero.
Poi… lo schianto, crudele, inaspettato, assurdo. Aveva fatto crollare il suo mondo, fatto di cose semplici, di lavoro ma anche di tante speranze. Ed era iniziato allora il suo ininterrotto andare, tutte le mattine: usciva di casa per l'appuntamento con il suo Peppe, per non lasciarlo solo, per non fargli mancare il suo amore materno; e finchè  le forze l'avevano sorretta, non era passato un solo giorno senza che portasse un fiore sulla tomba di suo figlio.
Mai però ho sentito pronunciare dalla sua voce parole di vendetta o di odio, mai l'ho sentita urlare o inveire, anche se la ribellione veniva fuori spesso in frasi di profonda amarezza. E se è vero che nel nostro sud vi sono donne che si adeguano a certi comportamenti maschili nel miraggio del potere e della ricchezza, che istigano i loro uomini alla violenza, è anche vero che ve ne sono altre che, nella modestia e nel silenzio, sanno compiere opere meravigliose che nessuno vede, che anche nel dolore più grande e insensato, passo dopo passo, sanno camminare sulla strada della concretezza, sostenute dalla fede nella sacralità della vita. Come questa donna, piccola e mite, che con estrema dignità e forza d'animo ha saputo portare sulle spalle il peso enorme di un dramma incomprensibile, di un'ingiustizia rimasta senza colpevoli e per troppo tempo dimenticata.